Per tentare di ritrovare uno spazio politico al pensiero femmminista  e restituire vigore a pratiche nuove , non possiamo prescindere da una riflessione sulla rappresentanza. Negli ultimi anni tale questione nodale è stata sintetizzata in uno slogan di efficacia mediatica ma che ha anche segnato un grande limite nelle pratiche di cui le donne sono portatrici. Lo slogan del 50&50 infatti oggi appare, a  detta di coloro che ne sono state e ne sono tutt’ora delle convinte fautrici, una conquista in parte raggiunta, una battaglia da continuare a perseguire in quei termini o con quegli obiettivi: sostanzialmente portare molte donne ai vertici del potere, ovunque si eserciti.

Ma come giustamente ci sollecita Angela nel contributo che ha dato vita a questa iniziativa, quali prezzi sono stati pagati e quali coni d’ombra presenta questa che personalmente  considero una semplificazione della rappresentanza duale, con forti rischi di omologazione e di scivolamento verso il raggiungimento di obiettivi troppo personalistici?

Come premessa vale la pena anche riflettere sul senso femminista delle realtà di SNOQ così come si sono dispiegate e sviluppate da quel 13 febbraio 2011. Sebbene con caratteristiche molto diversificate rispetto alla storia del femminismo, la matrice originaria di coloro che hanno partecipato, alla manifestazione del 13 febbraio e a tutti i vari successivi percorsi, territoriali, tematici e politici ha sì, un suo humus originario che sta dentro alla pratica e ai contenuti del femminismo, se non altro nella ricerca della relazione fra donne finalizzata ad un obiettivo di liberazione delle donne, ma non ne ha mai incarnato le pratiche, le passioni, i sentimenti, la fantasia.

E qui intanto troviamo un primo inceppamento all’ingranaggio che avrebbe potuto portarci ad incamminarci verso un respiro alto della politica. Non possiamo di certo lasciare solo  a qualcuna di rivendicare l’ esistenza di un proprio autentico  “femminismo”: quello degli anni 70? Quello degli anni ’80? Il pensiero della differenza? Di sicuro alcuni pilastri del pensiero politico che le donne hanno innalzato in quegli anni varrebbe la pena che sostenessero le impalcature di un rilancio, dal mio punto di vista sempre possibile. Le impalcature del pensiero politico infatti sono la matrice identitaria e la storia delle appartenenze che vanno rispettate e capite, studiate e trasformate, in un divenire che non ammette negazioni, rimozioni e oscuramenti

Anche perchè mi chiedo: queste modalità di rimozione/negazione non hanno forse un sapore molto “maschile/patriarcale”? Possiamo dire che sono le stesse pratiche distruttive che, affossando altri grandi pilastri ideologici del Novecento, comunismo e socialismo, hanno liquidato una speranza di cambiamento per le masse, lasciando trionfare individualismo, accumulazione e concentrazione della ricchezza per pochi, violenza e sfruttamento, competizione cinica, disparità di opportunità?

Ciò premesso e tornando allo slogan del 50&50 e alla questione della rappresentanza io penso che quel limite stia anche nella concezione arida e matematica che lo ha ispirato; penso  che partendo da noi, dalla riflessione di oggi e da quelle che seguiranno, dovremmo trasformare questa indicizzazione algebrica, in una formula concettuale/filosofica che la trasformi piuttosto in un generatore di modello. Un modello con una matrice  femminista che Angela ha giustamente tradotto come “democrazia duale”. Naturalmente anche questa espressione rischia di essere male interpretata e male usata e quindi necessita di essere bene esplicitata e approfondita. Il concetto duale è stato finora tradotto in paritario. In realtà io penso che si debba piuttosto parlare di alterità in una continua ricerca di autonomia di pensiero e di visione culturale del mondo. Noi dobbiamo infatti acquisire maggiore consapevolezza sulla crisi in cui il nostro Pianeta sta inesorabilmente precipitando e sulle enormi contraddizioni che hanno di fatto vanificato e reso mortiferi, concetti come sviluppo, progresso, tecnologie, democrazia rappresentativa.

La storia delle donne, quella antropologica, è altresì fondamentale, come molte studiose femministe ci hanno a lungo insegnato ricercando nella sedimentazione di vite e di culture delle donne un senso diverso del vivere, della concezione umana. Inoltre, più che in crisi l’ethos democratico non è mai pienamente maturato, restando confinato entro i ristretti limiti di legami e istituzioni pre-politiche, incapace di permeare l’arena pubblica, la piazza globale, lo spazio di tutti/e. Forse è anche su questo che potremmo riproporre una ri-nascita del nostro habitat politico.

Nel confronto con le nostre sorelle femministe, attraverso lo studio e la ricerca delle radici di quella sorellanza, è emerso con chiarezza che le donne da sempre hanno privilegiato concentrarsi di più sulla cura delle piccole cose, sulla salvaguardia del futuro e sulla cura degli organismi viventi, sulla  centralità dell’amore e dei sentimenti, sulla salvaguardia della pace. Oggi più che mai questa è la sfida che si presenta al genere umano. Le donne debbono prendere per mano questi aspetti per inserirsi di certo nel governo della cosa pubblica ma senza rimanere stritolate in meccanismi di omologazione dalla cultura degli uomini e da quella neutra che ci vede numericamente rappresentate ma qualitativamente snaturate.

Ripartiamo dall’habitat che saremo in grado di ricostituire.

Dalila Novelli. 10 giugno 2014