Per tentare di restituire vigore alla pratica femminista ed ampliare un dibattito un po’ ingessato penso sia importante  partire anche da una riflessione sulla rappresentanza.

Negli ultimi anni tale questione nodale è stata sintetizzata in uno slogan di efficacia mediatica ma che ha anche segnato un grande limite nelle pratiche di cui le donne sono portatrici. Lo slogan del 50&50, mi sembra si sia sostanzialmente  concretizzato nel portare molte donne ai vertici del potere, ovunque si eserciti,   anche  a  detta di coloro che ne sono state e ne sono tuttora delle convinte fautrici. Quindi un obiettivo esplicitato e voluto.

Ma quali prezzi sono stati pagati e quali coni d’ombra presenta questa che personalmente  considero una semplificazione della rappresentanza duale, con forti rischi di omologazione e di scivolamento verso il raggiungimento di obiettivi troppo spesso personalistici?

E qui intanto troviamo un primo inceppamento all’ingranaggio che avrebbe potuto e dovuto farci  incamminare verso un respiro più alto della politica. Alcuni pilastri del pensiero politico che le donne hanno innalzato negli anni del femminismo più fecondo (direi dagli anni settanta agli anni novanta) forse varrebbe ancora la pena sostenessero le impalcature di un rilancio, dal mio punto di vista, sempre possibile. La storia e le pratiche del pensiero politico infatti sono la matrice identitaria di appartenenze che vanno rispettate e capite, studiate e trasformate, in un divenire che non ammette negazioni, rimozioni e oscuramenti, sebbene con le trasformazioni proprie del pensiero fecondo.

Anche perchè mi chiedo: queste modalità di rimozione/negazione un po’ troppo ricorrenti negli ultimi decenni, non appartengono a metodologie “maschili/patriarcali” che negli anni hanno di fatto privilegiato gli occultamenti? Mi viene da fare un parallelo con quelle stesse pratiche sbrigative che, affossando altri grandi pilastri ideologici del Novecento, comunismo e socialismo, hanno liquidato quelle speranze di cambiamento per le masse oscurate, lasciando trionfare individualismo, accumulazione e concentrazione della ricchezza per pochi, violenza e sfruttamento, competizione cinica, disparità di opportunità. In una operazione di restaurazione quindi,  non di cambiamento.

Ciò premesso e tornando allo slogan del 50&50 e alla questione della rappresentanza io penso che quel limite stia anche nella concezione arida e matematica che lo ha ispirato; penso  che partendo da noi, dalla riflessione di oggi e da quelle che vorremo far seguire, dovremmo trasformare questa indicizzazione algebrica, in una formula concettuale/filosofica che la trasformi piuttosto in un generatore di modello. Un modello che potremmo anche tentare di tradurre  in un nuovo slogan che sia il prodotto ovviamente di riflessioni sulla più complessa idea di “democrazia duale”. Naturalmente anche questa espressione rischia di venire male interpretata e male usata e quindi necessita di essere bene esplicitata e approfondita. Il concetto duale infatti, è stato finora tradotto in paritario. In realtà io penso che si debba piuttosto parlare di alterità in una continua ricerca di autonomia di pensiero e di visione culturale del mondo che rispetti le differenze e le faccia esprimere.

Noi dovremmo inoltre acquisire maggiore consapevolezza su alcuni grandi temi. Penso soprattutto alla crisi in cui il nostro Pianeta sta inesorabilmente precipitando e sulle enormi contraddizioni che hanno di fatto vanificato e reso addirittura mortiferi, snaturandoli, pensieri ambiziosi come sviluppo, progresso, tecnologie, sostenibilità ambientale.

La storia delle donne, quella antropologica, è per questi approfondimenti fondamentale, come molte studiose femministe ci hanno a lungo esternato, ricercando nella sedimentazione e negli esempi di vite e di culture delle donne, un senso diverso del vivere, della concezione umana. Inoltre ritengo che l’ethos democratico più che di un momento di crisi sia viceversa rimasto confinato entro i ristretti limiti di legami e istituzioni pre-politiche, incapace di permeare l’arena pubblica, la piazza globale, lo spazio di tutti/e. Forse è anche su questo che potremmo riproporre una ri-nascita del nostro habitat politico.

Nel confronto fra sorelle femministe, attraverso lo studio e la ricerca delle radici di quella sorellanza che è stata per molte una pratica di rinascita nella ricerca di nuova umanità, è emerso con chiarezza che moltissime donne (la maggioranza?) da sempre privilegiano concentrarsi sulla cura delle piccole cose, sulla salvaguardia del futuro e sul benessere degli esseri viventi, sulla  centralità dell’amore e dei sentimenti, sulla salvaguardia della pace. Oggi più che mai questa è la sfida che si presenta al genere umano. Le donne debbono prendere per mano questi aspetti per inserirsi anche nel governo della cosa pubblica ma senza rimanerne stritolate, perché sono troppi gli esempi di come tali meccanismi che si traducono in omologazione alla cultura pensata dagli uomini e spacciata come neutra, ci vede a volte numericamente rappresentate, ma qualitativamente snaturate.

Direi di ripartire dall’habitat che saremo in grado di ricostituire, per una nuova civiltà, per una nuova umanità.